13.08.2025
Un giorno esci di casa, perché te lo sei ripromessa da tempo.
Perché oggi il caldo è sopportabile. A tratti c’è un leggero venticello. Leggerissimo, sì. Ma c’è e non lo rinneghi, in questi giorni di calura in cui pure le nuvole non hanno forze per navigare il cielo e lo lasciano pallido e sgombro.
Allora vai, ma non verso giù, verso il paese e la gente.
Verso su, dove le case finiscono e la natura si rinvigorisce; dove è raro incontrare gente e passano e corrono per le strade, indaffarate, lucertole, topi, formiche, che per non calpestarle devi spostarti da destra a sinistra finché le vostre strade non si separano, quando loro se ne vanno per vie secondarie e tu puoi di nuovo guardare su e calpestare distratta quella principale.
E poi ci sono le cicale che non si vedono, ma non ce n’è bisogno per constatare la loro presenza perpetua, che si sentono; e ogni tanto anche su qualcuno si muove fra gli alberi, fra voli e schiamazzi.
Cammini qui, dove il cemento si interrompe e c’è un po’ pietra un po’ terra e a tratti viene a conoscere il mondo la roccia della montagna, che chissà quanto suda per lo sforzo di tener su tutti noi.
Trovi che la natura si è presa più spazio dall’ultima tua visita.
Trovi due girasoli che chissà perché hanno deciso di crescere solitari al bordo di questa strada; e capisci che non puoi lasciare che crescano senza che tu vada a visitarli ancora.
Trovi che l’uva si prepara per lasciare il nido e diventare altro, mentre le more sono ormai pronte per il viaggio, mature al punto giusto, e quindi ne raccogli qualcuna nella mano e capisci che pure per loro, come per i girasoli, c’è bisogno che tu torni. Attrezzata.
Trovi il sole che gioca a nascondino tra le chiome degli alberi e che in questo tardo pomeriggio di agosto tinteggia di un caldo giallo l’atmosfera, e ti rincuora, un po’ t’abbraccia. Arrivi dove la montagna inarca la schiena. E decidi di tornare indietro, che oggi non hai tanta fiducia nei tuoi piedi, e non hai voglia di controllare dove vanno, quindi meglio evitare salite e discese scivolose di terra e pietre.
Allora ti giri e rifai il percorso. e passi di nuovo tra piante un po’ vive un po’ secche, tra alberi e felci, tra muretti a secco che la natura ha catturato, che ti parlano di nonno; che ti parlano di chi è stato contadino e muratore e artigiano, tutto insieme, di chi si è inventato la vita e le soluzioni, di chi è stato più povero, più sporco, più affamato e comunque più forte di te.
Trovi un tentacolo di tasso barbasso che ti arriva alla spalla e sembra possa toccarti. T’immagini a ricevere una sua carezza pelosa; un po’ t’inquieta.
Trovi fiori che hanno perso il fiore, stelle brune, di terra, che ancora si sostengono, dritte, alte.
Trovi un gatto randagio che ti scruta fino a quando non esci dalla visuale, attento a ogni tua mossa. Sei una papabile nemica.
Trovi che la strada del ritorno, dove ricomincia il cemento, ora è in discesa e pesa meno.
Trovi la strada che passa direttamente sopra casa, dove ora si vede più cielo perché hanno buttato giù qualche alberello e ti ricordi che a vedere quel vuoto ti eri arrabbiata; a non vedere più quei piccoli pini a lato della strada. Ne è rimasto uno. E sono rimasti rami a terra come caduti in guerra. Ed è spuntata invece la roccia ferrosa.
Sei a casa. Tua sorella studia. Tua madre cuce. Due parole. Lavi le poche more in un piccolo contenitore. Ti levi le scarpe, liberi i piedi.
Assaggi tre more.
La prima sembra la più buona. Le altre non sono cattive, sono solo diverse, forse un po’ meno dolci, più aspre.
Come pure, spesso, le cose della vita, pensi.
Ma la vita conosce pure il percorso contrario, comunque le more più dolci sono quelle più mature; sono più giovani quelle più aspre, più spinose, che un po’ stridono, un po’ pungono, che non soddisfano in toto.
Vai su, nella tua camera. Fa più caldo, su, ma nessuno ti disturba. Indossi i “panni di casa”, assolutamente non abbinati, fuori da ogni stile e moda, un po’ rovinati. Abiti che sull’etichetta riportano “12/13 anni” ma ancora ti entrano, alcuni addirittura stanno larghi. Comunque sono comodi, che è quello che ti interessa, e non ti vede nessuno che, bene o male, non ti abbia già vista con un aspetto trascurato.
Ora puoi scrivere, dopo che hai assaporato questo momento da quando sei uscita di casa e hai capito che, finalmente, era il giorno giusto per riuscire a scrivere qualcosa né di triste né di rabbioso né di frustrato, né che, insomma, faccia apparire la vita come un unico grosso buco nero. Che non lo è, non sempre.
Anzi, la tua è perlopiù felice. E ora che finalmente butti giù qualcosa di sereno, dopo tante pagine in cui l’inchiostro nero sembra esserti sgorgato per via diretta dal cuore, sei felice.
Non fai salti di gioia. Sei felice. Pare quasi che hai il magone, con la gola un po’ bloccata; ma senza nodi e spine, oggi.
E ora puoi chiudere e andare a sederti giù, davanti casa, con papà e sorella che parlano, mente canzoni spagnole passano in sottofondo.
E ora ti viene quasi da piangere perché hai camminato, per la calma, la famiglia, le canzoni spagnole (che non sono di quelle gioiose, ma di quelle che abbracciano), per il fatto che “tot no va ser fàcil” e lo sai. Per il fatto che tutto cambia. E hai paura.
Ma per ora, va bene la serenità di questa serata.
Al resto “poi ci pensiamo”.
E visto che l’ho mezzo citato e in questi giorni l’ho riscoperto, ci lascio pure un po’ di Mattia Torre.
Ciao persone




